LAVORO POVERO: “UNA VERA EMERGENZA”. Colleoni, FILCAMS-CGIL di Bergamo: “Così si alimentano insicurezze e paure”

on .

“Il lavoro in Italia nell’era dell’innovazione è spesso un lavoro povero e sfruttato, fatto di bassi salari, orari indicibili e precarietà diffusa. La fase di stagnazione nella quale versa il nostro Paese ha agevolato una crisi sociale dovuta probabilmente anche al costante impoverimento delle classi medie, che ha portato milioni di persone a vivere una condizione di disagio economico e forte senso di emarginazione sociale.

Il lavoro povero, spesso gratuito, con una limitata presenza di tutele e di stabilità lavorativa è una condizione che coinvolge oggi più di una generazione a Bergamo come in Italia. Ogni 10 nuovi lavoratori dipendenti 8 sono precari. Una condizione che porta a una fuga all’estero dei giovani italiani. Nel nostro Paese le disuguaglianze aumentano, mentre il potere d’acquisto di singoli e famiglie è molto lontano dal tornare ai livelli pre-crisi e i consumi primari, così come in troppi casi le spese sanitarie, sono sempre più finanziate dal risparmio privato e questo è un problema dal momento in cui le persone con basso reddito hanno visto diminuire i propri risparmi in modo ingente. Si stima infatti che moltissime famiglie italiane, negli ultimi dieci anni, abbiano dovuto utilizzare i risparmi di una vita per poter vivere. Per dare un'idea, nel 1996 in Italia si risparmiava il 16% del reddito disponibile, mentre oggi questa quota è scesa sotto il 3%.
Non è un caso se l’Italia si posiziona al ventesimo posto in Europa per livelli di disuguaglianza del reddito disponibile, così come i dati ci dicono emergere un forte squilibrio nella distribuzione dei redditi cosiddetti primari. Oggi il rischio di povertà è pari al 23% (fonte Istat), il che significa che potenzialmente può diventare povera una famiglia italiana su quattro, un dato senza pari nella storia recente del nostro Paese. Rischio che coinvolge ampie fasce di lavoratori, che vivono condizioni precarie o economicamente deboli. Un lavoro più povero e meno qualificato, fatto di un esercito di magazzinieri, commesse, camerieri, lavoratrici delle pulizie e badanti.
Un lavoro, quello povero, funzionale ad un’idea di politica economica, utile a quella classe imprenditoriale che ha come obiettivo quello di rimanere sul mercato a qualunque costo, producendo marginalità anche tramite la compressione dei diritti e dei salari e agendo in un ambito di parziale rispetto delle regole del lavoro, in sostanza rimanere sul mercato a tutti i costi.
Per milioni di persone nel nostro paese, oggi, non esiste alcuna alternativa alla costante precarizzazione, al di fuori del sostegno dato dal welfare familiare, ridimensionato da quasi un decennio di crisi, facendo del lavoro povero un vero e proprio virus in costante crescita nella nostra società. Il lavoro, dunque, contrariamente al passato, non è più in grado di diventare elemento di promozione sociale.
Se è vero che è il lavoro che nobilita l'uomo, è altrettanto vero che non può esserlo a qualsiasi costo e condizione. La gestione del cambiamento in una fase di forte automazione e innovazione è complessa e deve chiamare in causa molti attori: istituzioni, sindacati, imprese e scuola. L’obiettivo non può essere quello di frenare il progresso, ma indirizzarlo, se lo si vuole definire tale affinché crei lavoro di qualità, con una crescita sostenibile e inclusiva per la persona. Le attuali misure sul Reddito di cittadinanza avranno, dunque, un senso solo se saranno una parte di un nuovo percorso dedito a creare lavoro e reale progresso per i sempre più fragili cittadini di questo Paese”.